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7.03.2001
E' incredibile il silenzio che c'è a quest'ora della notte, come di un mondo vuoto, fermo, morto.
Mi ascolto respirare, accarezzo il davanzale, aspetto un segnale che nel buio mi riguardi.
La zanzara che prima si è posata sul mio braccio ha lasciato una piccola collina di dolore. L'ho guardata succhiare il sangue, senza intervenire. Il prurito mi seguirà nel sogno di stanotte, se riuscirò a dormire.
Che buffe certe mie espressioni. Non riesco a godermi neppure un attimo di genuina perdizione senza ridere di me. Mi sorprende la mia sorpresa. Attesa ce n'è, ma non lo sono.
Buona bimba, appoggiati: ho da intrecciare i tuoi capelli con dei fiori. Poggia il capo e fidati, che il buio non fa paura ad occhi chiusi, che essere tanati non si può se il nascondiglio è così ben programmato.
Giocare è sempre stato il mio mestiere, lasciami godere di questa notte sorda, poi tornerò a contare.
Se ci fosse una colla abbastanza potente, so che me l’avreste consigliata.
Sono andato nel bosco stamattina, senza portare né pane né un filo rosso, con tutta l’intenzione di perdermi. Ho trovato un albero che ha capito e si è lasciato abbracciare. Stretto stretto l’ho abbracciato. Gli ho detto “albero, vorrei restare qui con te”. Ma lui ha scosso la fronda e mi ha risposto “non puoi, non vedi? Sei senza radici”. Stronzo di un albero, pure lui ci si mette. Mica è tanto facile abbracciare un uccello in volo, per dire. Ho proseguito per un po’, ma non riuscivo ad abbandonare il sentiero così sono tornato indietro.
Gli occhi mi fanno male ora e io so benissimo che la colpa è delle orecchie, e forse un po’ anche dei capelli. Non so cosa farci, ma so che ha qualcosa a che vedere con la capra e con i cavoli. Insomma, perché questa povera capra non si può mangiare il suo cavolo in santa pace? E se proprio ci sta così sulle palle, tanto varrebbe lasciarla sbranare dal lupo piuttosto che farla morire di fame. Ma no, fighting for starvation, all of us.
Più tardi darò un’occhiata ai miei intestini in cerca dell’anima, perché quella è la sua sede, altro che ghiandole pineali e amigdale che secondo me se non sono mature allappano anche parecchio. Chissà di che colore ho l’anima. Certo prima va lavata, ma chissà se la mia è verde, come penso, o rossa o nera o a pois arancioni? Tollererei ad esempio un’anima fucsia? Non credo. Speriamo non sia fucsia.
Sì, lo so che vi ho stancato. Se solo questo mondo piroettante la smettesse di torturarmi con la sua bellezza, forse riuscirei a trovare la forza di andarmene. Salterei sulla barca con un sorriso s-m-a-g-l-i-a-n-t-e e farei decidere al traghettatore qual’è ogni volta la mia sponda e con chi non devo restar solo. Avanti ed indietro, vomitando solo un po’, solo ogni tanto. Ma per ora il mondo gira gira rota ed è sempre dentro la mano che non ho scelto.
Ho incontato un omino color mirtillo, mentre andavo a far la spesa. Mi ha guardato con un sorriso avvinazzato, mi ha detto "tu morirai di una morte ridicola". Io gli ho sorriso, senza pensare alle sue parole, mi piaceva troppo il colore della sua pelle. Poi ho fatto per voltarmi e lui ha urlato "comincerai a morire a partire dai piedi". Ferma, col sorriso ancora sulla faccia, rimasto lì per distrazione, ho pensato "è vero": i miei piedi sono sempre freddi, spesso perdo la sensibilità sulla punta delle dita, anche per giorni. Una volta ho sognato che avevo le unghie, e tu me le pennellavi con uno smalto rosso e verde, prima e dopo aver fatto l'amore.
La morte arriverà come una vibrazione della terra, non come un fulmine dal cielo. Già questo basta a rendermi felice. Farà di me sale o pianta d'alloro ancorandomi al suolo? O dissolverà la base, lanciandomi in su, suadestra suasinistra susu, come un palloncino bucato?
Dipende da cosa mi impegno a credere, a partire da ora.
Ma sì, che un'altra giornata passi così, io lo permetto.
Mi piace il mio corpo.
Non esteticamente, da quel punto di vita cambierei molte cose, se potessi.
Ma è un buon corpo. Non ingombrante, ma neanche invisibile.
E' un corpo paziente, resiste a tutte le offese che gli faccio. Tollera gli urti e le dipendenze.
Mi piace che gli occhi diventino di un verde intenso solo dopo che ho pianto.
Mi piace il mio naso, anche se è un po' lungo, perché si sposta quando sono nervosa, ma basta il tocco leggero di chi sa come rendermi serena per rimetterlo a posto.
Mi piacciono le mie ginocchia sporgenti. Ad un laboratorio teatrale per esercizio ci fu chiesto di osservare la camminata degli altri per capire quale fosse il fulcro del loro movimento. Uno era guidato dalla testa, un altro dalle spalle, un altro ancora dalla pancia. Su di me il parere comune fu: ginocchia. Non so cosa voglia dire. Ma mi piace che siano costellate di cicatrici, che mi ricordano quando Tullio mi insegnava ad andare in bicicletta.
Mi piace la piega che ho poco sopra il gomito e l'odore che prende dopo che sono stata al sole.
Mi piace la schiena. Sarà per la scoliosi, ma riesce a flettersi fino all'inverosimile, giù sguardo a terra/su occhi al cielo.
E' un buon corpo, un corpo paziente.
Scusami corpo.
Non l’ho scelto io, sono qui a causa dell’amore perverso di mia madre.
Sapevi come uscire. Perché sei rimasto nel labirinto?
Non l’ho voluto io, sono qui perché mio padre ha orrore del mio volto.
Sapevi come uscire. E invece di fuggire hai continuato far crescere siepi, a innalzare muri, a ideare vicoli ciechi nel labirinto, per far perdere le tue tracce.
Le digressioni sono la mia essenza. Le mie impronte l’unica soddisfazione che posso offrire a chi entra cercando un tesoro.
Hai continuato a moltiplicare i percorsi, nel tuo labirinto.
Non c’è poesia senza metafora.
Hai costruito delle trappole nel tuo labirinto.
Non sono trappole, sono delle prove. Per capire chi sta visitando la mia casa.
Hai costruito delle trappole nel tuo labirinto.
E’ meglio per loro. Proseguendo troverebbero pozzi più neri.
Ma hai frantumato ogni specchio, nel tuo labirinto.
Lo specchio rivela il Mostro, il Mostro muore della mostra di sé, guarda ...
Io posso essere specchio, sono bravissimo a fare lo specchio. Posso assumere le sembianze di chiunque, chiunque può riconoscersi in me.
Lo specchio è uno scudo. Sullo scudo c’è un labirinto.
Al centro di ogni labirinto c’è un mostro.
Di cosa hai paura?
Di cosa hai paura, mi chiede.
Di cosa hai paura?
Ho paura di te.
Di me?
Si. Chi sei tu? Sei l’altro? Sei l’altra metà?
Stai creando un’altra biforcazione. Il labirinto…
E’ uno scudo, sì, lo scudo è uno specchio, sì, ho capito, dietro lo scudo, nel labirinto, per evitare lo specchio, io non sono di pietra, mai stato di pietra, io non sono di pietra, ho capito, ora basta, vattene o uccidimi.
Io non posso andarmene senza di te.
Io non posso più vivere se tu rimani.
Cos’hai paura di vedere, nello specchio?
Ho paura di vedere un mostro.
Cos’hai paura di vedere nello specchio?
Ho paura di non vedere niente.
Cos’hai paura che vedano gli altri?
Io lascio che Altri mi vedano. Spesso io danzo per loro.
Loro non vedono te. Il vortice della tua danza è l’ennesimo inganno.
Loro vedono parti di me. A qualcuno lascio vedere le corna, quel qualcuno dirà: è un toro. A qualcuno lascio vedere la coda, quel qualcuno dirà: è un serpente. A qualcuno lascio vedere un piede, quel qualcuno dirà: è un uomo. Qualcuno cercherà il toro, per ucciderlo, qualcuno cercherà il serpente, per ucciderlo, ma qualcuno cercherà l’uomo, per amarlo.
Penso all’utilità del blog
Penso all’utilità della mia faccia
In giorni come questo la sostanza intorno si fa più pesante. Olio. Sono quei giorni che non smetterei mai di tagliarmi i capelli, o le unghie dei piedi; i giorni da smalto sulle labbra e miele sulla testa, che berrei fino a svenire sul divano, che vorrei qualcuno che mi prendesse a schiaffi. Sono quei giorni in cui mi pesa il naso, e tutti i miei ricordi. C’è un suono di campana che non ho mai sentito e non mi piace, ma sorrido.
Sono i giorni in cui penso di aver scelto una fioritura di papaveri, o un autunno sereno, e invece ho scelto solo, di nuovo, la fuga. Sono i giorni in cui mi sembra necessario correre al computer per ricomporre dei frammenti, e lacerarmi la carne che è inutilmente liscia.
Uno di quei giorni in cui sperimento il mal di testa, di cui non soffro mai.
Sguardo a terra: mi preoccupo solo che a un piede segua l’altro.
Piove. Com’è ovvio quando non ho preso l’ombrello. Penso che forse è meglio, che così posso nascondere, eroicamente e poeticamente, i miei umori. Ma poi realizzo che il naso rosso lampeggiante mi tradirà. E ciò fa di me non una romantica eroina decadente, ma solo un clown triste e bagnato.
E di nuovo.
Mettere in ordine la stanza, che è caos, caos dentro, caos fuori, caos globale, forse esistenziale se permetti, indecisione devastante, il Posto delle Cose, che principio assurdo
Praticità, quale migliore fine a cui tendere, praticità. Praticità, praticità prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr .
Riprendere un’agenda, sporcarne una pagina per poi abbandonarla, capire cosa sono, cosa faccio, cosa voglio. Mangiare, bere, lasciar sfogare il corpo, che è una delle soddisfazioni più grandi della vita, quando tutto fila liscio.
Iscrivermi in piscina, che questa volta lo devo fare, smetterla con la cioccolata, smetterla col fumo, smetterla col bere, mettermi le creme idratanti per questa pelle secca secca secca, che chiede aria, sole, corsa a perdifiato verso cosa, chi me lo sa dire
Giocare con gli eventi, e non con il computer, tendere la mano all’imprevisto, lasciarlo salire e possedermi, creare il nuovo e la memoria e il possibile, che nessuno di questi ha corpo, che le mie braccia non sono forti anche se sembrano.
Turn on, turn off, turn on, e poi cadere, che nella caduta sono sempre stata campionessa, anche quando il pavimento era stabile, e libero da insidie. Anche quando l’abbraccio è forte, di chi mi sta vicino, e ai tacchi, per prudenza, ho rinunciato.
e trovare in tutto questo un senso.